di Simone Gambacorta – l’originale [QUI]
Come si diventa giornalisti? Quali sono stati i primi passi delle firme più note? Mariano Sabatini risponde a queste e molte altre domande con “Ci metto la firma. La gavetta dei giornalisti famosi” (Aliberti, pp. 357, 18 Euro), un libro dove ha raccolto sessanta succose interviste ai protagonisti del nostro giornalismo. Romano, classe 1971, Sabatini è giornalista professionista e in passato ha anche pubblicato due fortunati volumi di interviste a scrittori, “Trucchi d’autore” e “Altri trucchi d’autore”, entrambi apparsi per i tipi di Nutrimenti.
“Ci metto la firma” è una raccolta di interviste dove sessanta giornalisti “arrivati” parlano della propria gavetta: come e perché hai deciso di pubblicare questo libro?
«Perché ho ravvisato una grande richiesta da parte di giovani aspiranti colleghi che vogliono sapere come ce l’hanno fatta quelli che ce l’hanno fatta e hanno raggiunto livelli di notorietà, autorevolezza, bravura non facili da raggiungere. Insomma, un libro che io avrei voluto incrociare e divorare ai miei esordi».
Sin dall’inizio l’intenzione era di farne un libro?
«Subito un libro, che nasce dalle precedenti serie sui “Trucchi d’autore”. Sto delineando un metodo che mi consente di assemblare attraverso esperienze eterogenee manuali atipici e di agilissima lettura».
Quanto tempo di lavoro è occorso per mettere insieme tutte le interviste?
«Le interviste vanno richieste. Alcuni accettano, altri dopo un inseguimento di mesi poi magari si sottraggono. È capitato con Giuliana Sgrena. Dopo il tutto va riscritto, calibrato, ritmato… Un lavoro che richiede qualche mese. Stavolta poi il libro ha sofferto ritardi per un intoppo: l’editore che intendeva pubblicarlo avrebbe voluto che eliminassi l’intervista a Renato Farina, io ho eliminato l’editore per non sottostare a censure. Compito di un giornalista è dare voce a tutti».
Chi ti ha detto “no”, oltre alla Sgrena?
«Oltre a Sgrena, Maria Laura Rodotà, Vera Montanari, Fiorenza Vallino, Daria Bignardi, soprattutto le donne che io ammiro molto, e poi anche la star Marco Travaglio».
Hai seguito un criterio di base per assemblare questi “materiali”?
«Mi sono tenuto lontano dai troppo famosi, dai televisivi. A Costanzo, Vespa, Mentana o Floris non ho neppure chiesto apuntamento. Ho scelto giornalisti di diversa estrazione e professionalità, dalla radio alla carta stampata. Ci sono televisivi meno inflazionati, Piroso, Cuffaro, Mannoni, Piccinini».
Perché hai rinunciato ai più famosi?
«Perché gli anchormen più popolari sconfinano nell’arte dell’intrattenimento che è un’altra cosa rispetto al giornalismo che mi interessava rappresentare».
Chi è stato il primo che hai intervistato?
«Questo proprio non me lo ricordo, le interviste sono sessanta e dalla prima è trascorso molto tempo».
Conoscevi tutti personalmente?
«No. Questo è impossibile, tutti quelli presenti nel libro però mi hanno usato una gran cortesia volendo condividere i loro ricordi coi lettori».
Da giornalista, che esperienza è stata “ascoltare” tanti colleghi che parlavano del mestiere?
«Io vivrei facendo domande, sono un curioso, ossessionato dalle vite degli altri. Una magnifica esperienza, perciò, che ripeterò in altri ambiti».
Il libro parla della gavetta, ma sarebbe riduttivo etichettarlo solo così. A mio parere è uno spaccato che chiunque scriva per i giornali – o sogni di farlo – non dovrebbe lasciarsi sfuggire. Ci sono mille sguardi su un mestiere…
«È proprio così, infatti, e ognuno può farsi irretire da ciò che più lo riguarda o interessa. Per chi sogna di debuttare tra i cronisti sportivi, ci sono Necco, Caressa, Piccinini… per chi ama le interviste, Sabelli Fioretti, Zincone… Il libro è costruito in modo che ognuno possa costruirsi il proprio percorso».
Ma che mestiere è quello del giornalista?
«Un mestiere mitizzato. Si guadagna poco per lo più, si sta molto in redazione ed è difficile diventare famosi».
Com’è cambiato il nostro giornalismo rispetto a quando hai iniziato?
«Contano più le opinioni che i fatti, le notizie. Ogni notizia oggi può essere annegata in una quantità di opinioni tali da neutralizzarla. Per essere pedestri, il lavoro è diminuito, se possibile, anche se internet alimenta l’illusione che tutti possono fare i giornalisti».
L’intervista è un genere spesso bistrattato. Per parte mia ho sempre pensato che sia uno strumento principe del giornalismo, specialmente del giornalismo culturale…
«Ho fatto centinaia di interviste, soprattutto per i settimanali femminili, e continuo per i miei libri. Adoro chiedere, sapere, infilarmi negli interstizi… L’intervista è il genere per eccellenza sia che serva per comporre un’inchiesta sia per ritrarre un personaggio, della cultura, sì, ma anche della politica, dello sport, dello spettacolo».
Prima di “Ci metto la firma”, hai pubblicato due deliziosi libri di interviste a scrittori, “Trucchi d’autore” – che hai ricordato prima – e “Altri trucchi d’autore”. Parliamone un po’…
«Sono diventati piccoli cult. Ancora ne parlano, scrivono, li citano. In quei libri ho cercato di catturare le particelle elementari del sogno della scrittura».
Per me l’intervista è un faccia a faccia che ambisce a una verità: magari minima, ma comunque corrispondente a un aspetto “sostanziale” di un’esperienza o di un argomento. Sbaglio?
«Non sbagli. Condurre un’intervista non è facile, occorre innanzi tutto prepararsi bene su chi stai per incontrare, senza permettergli di pettinarsi troppo il botta e risposta».
Dell’importanza di questa “verità” sono conferma proprio libri come i tuoi, che restano agli atti, per così dire, sia in termini documentari che testimoniali…
«Ecco, mi piacerebbe che tra decine di anni qualcuno li rispolverasse per capire come la pensavano e lavoravano i nostri contemporanei, romanzieri o giornalisti».
Nelle interviste rispetti sempre una regola aurea: porre domande brevi.
«Sì, odio i colleghi che in tv o per i giornali fanno domande per affermare o che già contengono la risposta».
Qual è un’altra regola aurea, per te?
«Altra regola è porre sempre la seconda domanda, insistere con chi ti sembra che stia svicolando, piazzando una seconda o terza domanda più ficcante».
Intervistatore e intervistato sono come un regista o un attore: padrone della scena è il secondo, ma al timone c’è il primo, però lateralmente, da canto…
«Mai diventare troppo protagonisti, noi giornalisti».
In “Ci metto la firma” le domande sono piuttosto ricorrenti: cambia qualcosa, ma più o meno gli interrogativi che poni sono gli stessi.
«Volevo che tutti si misurassero più o meno, con apprezzabili variazioni, con le stesse domande, per dare la più ampia gamma di esempi e opinioni. Ho cercato inoltre di fare le domande che avrebbe fatto chi sogna il giornalismo. Come sei diventato giornalista? Le difficoltà che hai incontrato? Come si sceglie un buon attacco per un articolo? E via dicendo».
Oltre che un manuale “corale” di giornalismo, il libro è anche un dibattito involontario, vi si incrociano visioni diverse.
«Era quello che volevo, far capire che poi al di là delle regole conta la sensibilità personale. Non siamo automi».
Così molti luoghi comuni volano alle ortiche…
“Eh, già. I giornalisti appartengono alla quotidianità, non al mito. Meglio vestirsi di grigio, senza panama e pipa, ma tenere la schiena dritta».
Su tutto resta un dato: che il giornalismo si impara facendolo.
«Tutti, anche i raccomandati e quelli di formazione universitaria, dovranno poi misurarsi sul campo. E fare la gavetta. Tanto vale iniziare presto. Ciò non vuol dire che non bisogna studiare, anzi dobbiamo farlo ininterrottamente».
Che eco ha avuto il libro nell’ambiente?
«Mi contattano tanti giovani, anche su Face book, per ringraziarmi. Mi dà grande piacere, più delle tante interviste in radio, in tv, o delle recensioni».
In apertura del libro s’incontrano tre capitoli introduttivi, una macro-premessa che vale anche come tuo contributo teorico e autobiografico sul mondo dell’informazione…
«Anch’io sono un giornalista, dopo tutto. Ho voluto raccontare la storia di uno che ce l’ha fatta senza parenti o amicizie utili. Ho contato su di me, volevo metterci la firma, sono qui. E conto di rimanerci a lungo».